Il Decalogo del Libro Prestato

Domenico Tramutola, un macchinista delle Ferrovie dello Stato in pensione, appassionato di letteratura; affianca a ogni libro prestato alla figlia Valentina un decalogo con delle istruzioni…

decalogo del libro prestato
© La Repubblica Il decalogo
  1. Il libro non è tuo
  2. E’ mio
  3. Anzi di chiunque voglia crescere
  4. Prima di leggerlo informarsi sull’autore e perché lo ha scritto
  5. Non pieguzzare le pagine
  6. odorarlo per drogarsi
  7. Se è bello leggerlo piano se no finisce
  8. Farlo riposare, l’autore si è stancato a scriverlo
  9. Però ha incassato denaro
  10. In caso di catastrofi salvare prima i libri
  11. Vabbuò, fa com t’ piac’

Buona lettura

MAGICAE

Giacinto è una fata che si sente infelice perché non capisce la ragione della sua esistenza,  come le altre della sua specie ogni giorno osserva la vita della sua sorella umana attraverso una magica sfera di cristallo.

Una notte però la luna si commuove nel vedere la sua creatura soffrire e decide di donarle la possibilità di vivere un giorno da umana.

Giacinto grazie all’incantesimo della Luna viene mandata nel nostro mondo e trasformata in una ragazza.

Nella nostra dimensione, per mezzo di un sortilegio, arriva anche Gramigno, un malefico troll dall’animo crudele che brama da sempre di impossessarsi della sfera di cristallo della fata.

Giacinto si trova per magia nella città di Barcellona insieme al troll, il quale cogliendo l’occasione le ruba il cristallo e scappa.

La fata è rimasta sola in un mondo che conosce appena, ma per fortuna incontra Felix un giovane artista che sogna una vita diversa.

Felix la aiuta a ritrovare la sfera magica che le serve per fare ritorno nel suo mondo, per il volere delle magia i due ragazzi si sono incontrati e si innamoreranno.

È una corsa contro il tempo durante la quale Giacinto sperimenta tutta la gamma delle emozioni umane e vive una tenera storia d’amore.

Alla fine la fata comprende il motivo della sua vita e le emozioni trionferanno.

La fuga del palloncino

Due amici si incontrano tutti i giorni nello stesso posto e alla stessa ora per passare del tempo insieme e scambiare qualche chiacchiera:

«Ti sei mai chiesto che fine fanno i palloncini quando volano via?»

«No… Non ci ho mai pensato.»

«Io si, mi capita quando ne perdo uno.»

«Hai ragione… Anche a me capita!

«Pensaci… Senza motivo ti scappa via il filo dalla mano e il palloncino vola via.»

«Si! Bravo! E tu non puoi farci niente e rimani lì a fissare il palloncino, che oramai è arrivato a diversi metri di altezza lontano da te.»

«E cosa fai?»

«E che puoi fare? Ti senti impotente!»

«Già… »

«Il fatto è, che vorresti riacchiapparlo, ma non puoi e allora speri che da un momento all’altro torni giù… ma sai che non succederà.»

«Già… E allora?»

«E allora… Lo segui con gli occhi e lo vedi andare prima in una direzione, poi in un’altra e poi virare a seconda di come tira il vento, finché alla fine non lo vedi più e scompare.»

«E dove va?»

«È proprio questo il punto… Non lo so!»

«Già! Nemmeno io!»

«Insomma me lo sono sempre chiesto, ma non avendo una risposta non ci ho più pensato.»

«Perché?»

“Perché non ha importanza credo… Chi se ne frega dove va a finire… È solo un palloncino giusto?»

«Giusto!»

«Comunque credo che alla fine scoppi per la pressione o una cosa del genere e poi l’involucro cada giù.»

«Ne sei sicuro?»

«Credo di sì.»

«Mmm… Non lo so… io non ho mai trovato pezzi di involucro di palloncino per la strada e non conosco nessuno che li abbia trovati.»

«Mmm… È vero, neanche io.»

«E allora?»

«E allora non lo sapremo mai.»

«Se tu fossi un palloncino e riuscissi a fuggire, dove vorresti andare?»

«Io? Da nessuna parte credo.»

«Perché?»

«Perché avrei paura di perdermi o magari di scoppiare.»

«Hai ragione, il cielo è troppo vasto.»

«Già… Non credo mi piacerebbe essere un palloncino.»

«Già… nemmeno a me.»

.

Questo Racconto è un’opera di fantasia. Nomi, persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualunque somiglianza a persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose è puramente casuale.

Copyright: Chiara Gentili

Tutti i diritti sono riservati all’autore in Italia e all’estero, per tutti i paesi. Nessuna parte di questo libro può essere memorizzata o trasmessa con qualsiasi mezzo, in qualsiasi forma senza autorizzazione scritta da parte dell’autore. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

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L’abitudine ai giudizi

Siamo così abituati a pensare di valere qualcosa solo se riceviamo dei consensi da chi pensiamo dovrebbe saperne più di noi.

Abituati! Perché di abitudine si tratta.

Abitudine: abi’tudine/ s. f. [dal lat. habitudo -dĭnis, der. di habĭtus -us «abito»]. – 1.(ant.) Disposizione o costituzione naturale; inclinazione: a. del corpo, dell’animo. sin attitudine, predisposizione, propensione, tendenza. 2.a. Tendenza a ripetere determinati atti e comportamenti, anche con la prep. a: avere, prendere, contrarre, perdere un ’a.; una buona, una cattiva, una pessima a.; fare l’a. a qualche cosa, avvezzarcisi al punto da non avvertirne più la presenza. sin consuetudine (di), (lett.) costumanza (di), costume (di), vezzo (di). b. (filos., giur.) Disposizione stabile, costante modo di essere e di operare.

Quando veniamo al mondo siamo liberi, poi per ogni cosa che facciamo dal momento in cui emettiamo il primo vagito ci viene detto “bravo che mangi” “sei bravo che non piangi” oppure “sei cattivo se fai i capricci”…

E questo si ripete il primo giorno di scuola materna, quando cominciamo a confrontarci con gli altri bambini. Il primo giorno delle elementari dove anche come prendi una penna in mano viene valutato positivamente o negativamente. E via fino all’università e al primo colloquio di lavoro e in ufficio. Perfino quando morirai il prete durante l’omelia dirà “è stata una buona persona, ottimo padre/madre, ottimo marito/moglie…”

L’abitudine al consenso è tatuata nel nostro Dna ed è difficile liberarsene. Non solo non siamo capaci di credere in noi stessi e in quello che facciamo senza essere giudicati. Non concediamo la nostra fiducia a nessuno che non sia stato reso credibile dai famosi giudizi!

So di essere ripetitiva, ma una grande scrittrice a riassunto tutto quello che sto dicendo meglio di me.

Leggete e meditate, ogni tanto c’è bisogno che qualcuno ci ricordi chi siamo e quanto valiamo e quel qualcuno siamo proprio noi stessi!

“La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati. La nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura. È la nostra luce, non la nostra oscurità che più ci spaventa.Ci chiediamo, chi sono io per essere brillante, bellissimo, pieno di talento e favoloso? In realtà, chi sei tu per non esserlo? Sei figlio di dio. Il tuo giocare in piccolo non serve al mondo. Non c’è niente di illuminato a sminuire se stessi in modo che altre persone non si sentano insicure vicino a te. Siamo tutti nati per brillare come fanno i bambini. Siamo nati per manifestare la gloria di Dio che è dentro di noi. Non solo in alcuni di noi, ma in tutti noi. E mentre lasciamo che la nostra luce risplenda, inconsciamente diamo agli altri la possibilità di fare altrettanto.E quando siamo liberati dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.”

Marianne Williamson

I luoghi delle fiabe Disney che esistono davvero

Le fiabe Disney ci hanno sempre trasportato verso castelli incantati, foreste magiche e villaggi sperduti. Ma alcuni di questi posti esistono davvero.

Frozen (2013) – Arandelle, Norvegia

È ispirato al regno di Arandelle, che si trova su un fiordo norvegese della Penisola Scandinava.

La Bella e la Bestia (1991) – Alsazia

Piccolo, grazioso e pieno di fiori, il villaggio di Belle

Il Re Leone (1993) – Serengeti

Il territorio è condiviso da due nazioni, Tanzania e Kenya, ed è il posto migliore per i turisti per ammirare i leoni nel loro habitat naturale.

Aladdin (1992) – Taj Mahal in Agra, India

La Bella Addormentata nel Bosco (1987) – Baviera

Rapunzel (2010) – Mont-Saint Michel, Normandia

Il gobbo di Notre Dame (1997) – Cattedrale di Notre Dame, Parigi

La storia del Gobbo di Notre Dame è ambientata a Parigi e prende ispirazione dell’omonima cattedrale, che si trova nel centro della città.

La Sirenetta (1989) – Castello di Chillon a Veytaux in Svizzera

Biancaneve (1951) – Segovia, Spagna

Le panchine letterarie di Londra

Queste panchine sono state installate a Londra per promuovere la letteratura.

Ogni panchina rappresenta un’opera letteraria dei maggiori autori inglesi e mondiali, decorate da illustratori professionisti  e artisti locali.

ORGLOGLIO E PREGIUDIZIO, Jane Austen

PETER PAN, J.M. Barrie

ALWAYS TRY TO BE A LITTLE KINDER THAN IS NECESSARY, J.M. Barry

MARY POPPINS, P.L. Travers

IL LIBRO DELLA GIUNGLA, Rudyard Kipling

IL SEGRETO DI GREENSHORE, Agatha Christie

L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO, Oscar Wilde

IL DIARIO DI BRIDGET JONES, Helen Fielding

LE AVVENTURE DI ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE E ATTRAVERSO LO SPECCHIO, Lewis Carroll

10.15 A.M

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10.15 A.M

Sono distesa, le braccia e le gambe sono oppresse da un peso che non posso vedere, ma che fa affondare i miei arti nel materasso, non riesco a muoverli.
Anche il bacino è ancorato al letto da una forza incorporea.
Sento di conoscere il luogo dove mi trovo, il letto mi sembra quello di un ospedale, anzi ne sono sicura!
E poi c’è quell’odore di disinfettante, inconfondibile, misto alla puzza di merda e piscio, che ti rimane attaccata ai vestiti.
Non vedo bene, mi sembra di guardare attraverso un lente di plastica, ho la nausea.
C’è la faccia di un’uomo che rimane sospesa sopra la mia, credo mi stia esaminando con cura, non riconosco i suoi lineamenti, posso dirigere gli occhi solo davanti, se li giro di lato vedo solo oscurità e la luce svanisce.
Ho il presentimento di trovarmi nel corpo di qualcun altro, la mente è confusa.
Come non vedo bene, anche l’udito è pessimo, i rumori sembrano arrivare da lontano, sono ovattati.
Poi quell’uomo mi tocca il viso con le dita, mi da dei colpetti sulle guance, ma non sento il contatto, vedo solo la sua mano muoversi ritmicamente sul mio volto, con il dito indice mi tira giù la palpebra. Vorrei dirgli di smetterla, ma niente!
Non ne sono in grado!
Perché mi trovo qui? Gli chiedo.
Nessuna risposta, mi ignora, non mi sente e continua quello che stava facendo.
La mia volontà cosciente non riesce a far muovere i muscoli del corpo e la voce non esce.
«È morta!» Dice l’uomo a qualcuno che si trova al suo fianco, ma che io non posso vedere.
Un momento, penso io, non sono morta, sono viva, il cervello ragiona, è solo che non riesco a muovere un fottuto muscolo del mio corpo.
Mi concentro, ci riprovo, devo riuscire a parlare!
Devo dirgli che sono viva!
« È sicuro dottore?» dice un’altra voce, è probabile che appartenga alla figura in piedi vicino al mio aguzzino.
Ascolto con attenzione.
«Si sono sicuro! Segna… ora del decesso 10 e 15»
No!
Dottore!
Forse non ci siamo capiti!
Io sono viva!
Non credo, che per me sia arrivato il momento di morire!
E poi… non sono pronta!
E poi, mi scusi, se glielo faccio notare, ma non credo nemmeno di essere io, la morta!
Non mi faccia incazzare dottore!
Continua ad ignorarmi.
Glielo ripeto dottore, guardi che ci deve essere stato un errore!
Poi, finalmente, la vista diventa normale, l’udito anche, esco dalla bolla di plastica.
La testa non si muove ancora, ma la bocca riesco ad aprirla: «Mi può concedere qualche ora di vita in più dottore?»
Glielo dico con tono educato, umilmente, come se gli chiedessi di farmi un grosso favore.
Lui risponde con prontezza senza neanche pensare alla possibilità di cambiare idea: «Mi dispiace signora… non posso, è arrivata la sua ora!»
Stringo le dita sul lenzuolo in un pugno.
Lo supplico: «La prego dottore!»
«Mi dispiace signora… ma come le ho già spiegato, lei è morta!» Dice in tono pacato.
Vorrei piangere, ma non ci riesco cazzo!
Non voglio più parlare, capisco che tanto ha già preso la sua decisione.
Sento, che non posso fare nulla, allora la rabbia mi sale da dentro e invece di lasciarmi andare in un pianto isterico e liberatorio, inizio a sudare, in pochi secondi sono fradicia!
Lo stomaco si torce, il dolore è acuto devo vomitare.
Il cuore pompa più veloce, sento battermi le tempie.
Non riesco a respirare, l’ossigeno non è sufficiente.
Allora è vero… sto morendo!
Le ultime forze mi stanno abbandonando e sto perdendo la lucidità mentale.
Il terrore mi paralizza ma non riesco a rassegnarmi alla paura, poi tutto sparisce e c’è solo buio e silenzio e il mio petto ha smesso di contrarsi.
Poi chiudo e riapro gli occhi di colpo!
La bocca affamata inghiotte l’aria, che arriva prepotente nei polmoni, tossisco spasmodica.
Mi ritrovo distesa nel letto di casa mia, al buio, mi passo la mano nell’incavo del collo sono intrisa di sudore, cazzo era un incubo!
Maledetto boia senza volto!
Mi siedo sulla sponda del letto, ho bisogno di bere un bicchiere d’acqua, la bocca è asciutta, è piacevole il freddo del pavimento sotto i pedi nudi.
L’orologio attaccato alla parete sopra il frigorifero segna le sei meno un quarto, decido di fare una doccia calda, per lavarmi di dosso la smania, non ho più il coraggio di rimettermi a letto e chiudere gli occhi.
La mattinata all’università tutto procede come al solito, le stesse noiose ore di lezione da seguire, ma non riesco a togliermi dalla testa quel maledetto sogno.
Poi alle undici mi chiama al telefono mia madre, rispondo.
«Questa mattina è morta tua zia!» Mi dice.
Rimango senza parole!
Non so cosa dire per darle conforto, ho solo una domanda: «A che ora e morta?»
«Hanno detto alle 10 e 15!»
Non le rispondo, chiudo la chiamata in totale silenzio.

Questo Racconto è un’opera di fantasia. Nomi, persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualunque somiglianza a persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose è puramente casuale.

Copyright: Chiara Gentili
Tutti i diritti sono riservati all’autore in Italia e all’estero, per tutti i paesi. Nessuna parte di questo libro può essere memorizzata o trasmessa con qualsiasi mezzo, in qualsiasi forma senza autorizzazione scritta da parte dell’autore. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

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