La fuga del palloncino

24 maggio 2018


Due amici si incontrano tutti i giorni nello stesso posto e alla stessa ora per passare del tempo insieme e scambiare qualche chiacchiera:

«Ti sei mai chiesto che fine fanno i palloncini quando volano via?»

«No… Non ci ho mai pensato.»

«Io si, mi capita quando ne perdo uno.»

«Hai ragione… Anche a me capita!

«Pensaci… Senza motivo ti scappa via il filo dalla mano e il palloncino vola via.»

«Si! Bravo! E tu non puoi farci niente e rimani lì a fissare il palloncino, che oramai è arrivato a diversi metri di altezza lontano da te.»

«E cosa fai?»

«E che puoi fare? Ti senti impotente!»

«Già… »

«Il fatto è, che vorresti riacchiapparlo, ma non puoi e allora speri che da un momento all’altro torni giù… ma sai che non succederà.»

«Già… E allora?»

«E allora… Lo segui con gli occhi e lo vedi andare prima in una direzione, poi in un’altra e poi virare a seconda di come tira il vento, finché alla fine non lo vedi più e scompare.»

«E dove va?»

«È proprio questo il punto… Non lo so!»

«Già! Nemmeno io!»

«Insomma me lo sono sempre chiesto, ma non avendo una risposta non ci ho più pensato.»

«Perché?»

“Perché non ha importanza credo… Chi se ne frega dove va a finire… È solo un palloncino giusto?»

«Giusto!»

«Comunque credo che alla fine scoppi per la pressione o una cosa del genere e poi l’involucro cada giù.»

«Ne sei sicuro?»

«Credo di sì.»

«Mmm… Non lo so… io non ho mai trovato pezzi di involucro di palloncino per la strada e non conosco nessuno che li abbia trovati.»

«Mmm… È vero, neanche io.»

«E allora?»

«E allora non lo sapremo mai.»

«Se tu fossi un palloncino e riuscissi a fuggire, dove vorresti andare?»

«Io? Da nessuna parte credo.»

«Perché?»

«Perché avrei paura di perdermi o magari di scoppiare.»

«Hai ragione, il cielo è troppo vasto.»

«Già… Non credo mi piacerebbe essere un palloncino.»

«Già… nemmeno a me.»

.

Questo Racconto è un’opera di fantasia. Nomi, persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualunque somiglianza a persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose è puramente casuale.

Copyright: Chiara Gentili

Tutti i diritti sono riservati all’autore in Italia e all’estero, per tutti i paesi. Nessuna parte di questo libro può essere memorizzata o trasmessa con qualsiasi mezzo, in qualsiasi forma senza autorizzazione scritta da parte dell’autore. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

Opera tutelata dal plagio su http://www.patamu.com con numero deposito84466

10.15 A.M

30 marzo 2018


B1F85FC4-40E0-4FB2-ABC0-17A747AE616F

10.15 A.M

Sono distesa, le braccia e le gambe sono oppresse da un peso che non posso vedere, ma che fa affondare i miei arti nel materasso, non riesco a muoverli.
Anche il bacino è ancorato al letto da una forza incorporea.
Sento di conoscere il luogo dove mi trovo, il letto mi sembra quello di un ospedale, anzi ne sono sicura!
E poi c’è quell’odore di disinfettante, inconfondibile, misto alla puzza di merda e piscio, che ti rimane attaccata ai vestiti.
Non vedo bene, mi sembra di guardare attraverso un lente di plastica, ho la nausea.
C’è la faccia di un’uomo che rimane sospesa sopra la mia, credo mi stia esaminando con cura, non riconosco i suoi lineamenti, posso dirigere gli occhi solo davanti, se li giro di lato vedo solo oscurità e la luce svanisce.
Ho il presentimento di trovarmi nel corpo di qualcun altro, la mente è confusa.
Come non vedo bene, anche l’udito è pessimo, i rumori sembrano arrivare da lontano, sono ovattati.
Poi quell’uomo mi tocca il viso con le dita, mi da dei colpetti sulle guance, ma non sento il contatto, vedo solo la sua mano muoversi ritmicamente sul mio volto, con il dito indice mi tira giù la palpebra. Vorrei dirgli di smetterla, ma niente!
Non ne sono in grado!
Perché mi trovo qui? Gli chiedo.
Nessuna risposta, mi ignora, non mi sente e continua quello che stava facendo.
La mia volontà cosciente non riesce a far muovere i muscoli del corpo e la voce non esce.
«È morta!» Dice l’uomo a qualcuno che si trova al suo fianco, ma che io non posso vedere.
Un momento, penso io, non sono morta, sono viva, il cervello ragiona, è solo che non riesco a muovere un fottuto muscolo del mio corpo.
Mi concentro, ci riprovo, devo riuscire a parlare!
Devo dirgli che sono viva!
« È sicuro dottore?» dice un’altra voce, è probabile che appartenga alla figura in piedi vicino al mio aguzzino.
Ascolto con attenzione.
«Si sono sicuro! Segna… ora del decesso 10 e 15»
No!
Dottore!
Forse non ci siamo capiti!
Io sono viva!
Non credo, che per me sia arrivato il momento di morire!
E poi… non sono pronta!
E poi, mi scusi, se glielo faccio notare, ma non credo nemmeno di essere io, la morta!
Non mi faccia incazzare dottore!
Continua ad ignorarmi.
Glielo ripeto dottore, guardi che ci deve essere stato un errore!
Poi, finalmente, la vista diventa normale, l’udito anche, esco dalla bolla di plastica.
La testa non si muove ancora, ma la bocca riesco ad aprirla: «Mi può concedere qualche ora di vita in più dottore?»
Glielo dico con tono educato, umilmente, come se gli chiedessi di farmi un grosso favore.
Lui risponde con prontezza senza neanche pensare alla possibilità di cambiare idea: «Mi dispiace signora… non posso, è arrivata la sua ora!»
Stringo le dita sul lenzuolo in un pugno.
Lo supplico: «La prego dottore!»
«Mi dispiace signora… ma come le ho già spiegato, lei è morta!» Dice in tono pacato.
Vorrei piangere, ma non ci riesco cazzo!
Non voglio più parlare, capisco che tanto ha già preso la sua decisione.
Sento, che non posso fare nulla, allora la rabbia mi sale da dentro e invece di lasciarmi andare in un pianto isterico e liberatorio, inizio a sudare, in pochi secondi sono fradicia!
Lo stomaco si torce, il dolore è acuto devo vomitare.
Il cuore pompa più veloce, sento battermi le tempie.
Non riesco a respirare, l’ossigeno non è sufficiente.
Allora è vero… sto morendo!
Le ultime forze mi stanno abbandonando e sto perdendo la lucidità mentale.
Il terrore mi paralizza ma non riesco a rassegnarmi alla paura, poi tutto sparisce e c’è solo buio e silenzio e il mio petto ha smesso di contrarsi.
Poi chiudo e riapro gli occhi di colpo!
La bocca affamata inghiotte l’aria, che arriva prepotente nei polmoni, tossisco spasmodica.
Mi ritrovo distesa nel letto di casa mia, al buio, mi passo la mano nell’incavo del collo sono intrisa di sudore, cazzo era un incubo!
Maledetto boia senza volto!
Mi siedo sulla sponda del letto, ho bisogno di bere un bicchiere d’acqua, la bocca è asciutta, è piacevole il freddo del pavimento sotto i pedi nudi.
L’orologio attaccato alla parete sopra il frigorifero segna le sei meno un quarto, decido di fare una doccia calda, per lavarmi di dosso la smania, non ho più il coraggio di rimettermi a letto e chiudere gli occhi.
La mattinata all’università tutto procede come al solito, le stesse noiose ore di lezione da seguire, ma non riesco a togliermi dalla testa quel maledetto sogno.
Poi alle undici mi chiama al telefono mia madre, rispondo.
«Questa mattina è morta tua zia!» Mi dice.
Rimango senza parole!
Non so cosa dire per darle conforto, ho solo una domanda: «A che ora e morta?»
«Hanno detto alle 10 e 15!»
Non le rispondo, chiudo la chiamata in totale silenzio.

Questo Racconto è un’opera di fantasia. Nomi, persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualunque somiglianza a persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose è puramente casuale.

Copyright: Chiara Gentili
Tutti i diritti sono riservati all’autore in Italia e all’estero, per tutti i paesi. Nessuna parte di questo libro può essere memorizzata o trasmessa con qualsiasi mezzo, in qualsiasi forma senza autorizzazione scritta da parte dell’autore. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

Opera tutelata dal plagio su http://www.patamu.com con numero deposito 76352

La Vecchia Signora – racconto di Natale

14 dicembre 2017


La Vecchia Signora – Racconto di Natale

È il giorno della vigilia di Natale, la città in questo periodo si veste di luminarie e profumo di caldarroste. Oggi come tutti gli anni i negozi chiuderanno nel tardo pomeriggio, le strade ad una certa ora rimarranno vuote e la gente correrà a casa a consumare la cena natalizia in famiglia.

Io dovrei andare alla mensa a consumare un pasto dignitoso, almeno questo è quello che ci hanno promesso, due pietanze hanno detto, un primo è un secondo e poi visto che è la notte di Natale ci sarà anche una pezzo di dolce.

Chi me lo ha detto? Ah Si! Mario è stato!

Quell’amico che di solito dorme vicino alla stazione, me lo ha detto lui l’altro giorno, quando ci siamo incontrati per caso ai mercati generali, quando eravamo lì a cercare nei bidoni della spazzatura qualche avanzo ancora messo bene.

Lui ha detto, che ci va sicuramente alla mensa e che un pasto caldo ogni tanto ci vuole, soprattutto se è la notte di Natale, che la minestra quando è calda ti scalda l’anima, così ha detto Mario…

Ma io… beh io… non ci andrò… mi piacerebbe però, perché ci saranno tanti amici “sfortunati” come me, “sfortunati” ci chiamano quelli della mensa… ma non posso, stasera ho un appuntamento con una vecchia signora.

Ho fame e freddo, è inutile negarlo… quest’anno dice che non ha ancora gelato e che il freddo arriverà proprio in questi giorni e che fino adesso ancora non sembrava inverno. Chi lo dice non dorme per strada e non usa un cartone per scaldarsi come fanno quelli “sfortunati” come me, chi lo dice ha il suo letto, con coperte di piume… ma per me l’inverno è arrivato da un pezzo, da quando al mercato sono cominciati a sparire i cartoni nuovi. Se ci capiti d’estate al mercato, i cartoni li vedi tutti ammucchiati in un angolo, nessuno li prende, ma appena iniziano a scendere le temperature tutti ne vogliono uno.

Sto divagando come al solito… è l’unica cosa che mi è rimasta da fare… la facoltà di pensare non me l’hanno ancora tolta…

Non andrò alla mensa stasera… un piatto di minestra mi alletta… è vero! Ma ho fatto una promessa alla vecchia signora e poi non posso riempire il mio stomaco, l’ultima volta che l’ho fatto sono stato male per una settimana… se lo allarghi dice che poi si abitua, e dentro ci devi mettere altro per riempirlo, e se quell’altro non ce l’hai beh… soffri…

Stasera mi accontenterò di rimanere qui ad aspettare… mi accovaccerò sotto questo portico in questa strada del centro della città a guardare la gente che passa.

Aspetterò la vecchia signora qui fino a quando i negozi chiuderanno, fino a quando l’ultima vetrina non si sarà spenta, e l’ultima persona non sarà rientrata a casa. Ad un certo punto la strada diverrà vuota e quello sarà il mio momento magico…

Si sono fatte le sei… ne sono sicuro perché ho sentito i rintocchi della campana della chiesa, le persone tra poco usciranno in fila, una alla volta spingendo le pesanti porte di legno… mi diverte guardare le facce della gente, osservo i volti di quelli che escono dalla chiesa dopo aver sentito la predica del prete, hanno un baluginino negli occhi che svanisce dopo qualche pedata sul marciapiede… pressappoco quando passano davanti a me. Alcuni si sottraggono al mio sguardo, altri sfuggono la loro attenzione dall’altra parte della strada, ma tutti fanno la stessa cosa, abbassano la testa, è come se a pochi passi dalla chiesa sentano ancora l’occhiata del Cristo che li giudica dall’alto della sua croce… e si vergognano…

Comunque a me non importa… sono abituato ad essere invisibile, le persone hanno paura di ciò che non conoscono, e a me non mi conosce nessuno… non mi sono mai presentato! E poi se Cristo avesse pensato a me ogni tanto, mi avrebbe aiutato a non dimenticare il significato della parola speranza… ma ormai è tardi… niente ripensamenti… stasera finalmente la vecchia signora mi verrà a trovare!

Sono le sette in punto… Abdul, l’amico che vende le caldarroste, sta mettendo via tutto, ormai non passa quasi più nessuno per la strada, e non vale la pena per lui perdere tempo e rimanere qui fuori a congelarsi il culo… forse anche lui andrà alla mensa a mangiare la minestra… non è cristiano, ma al diavolo! Un piatto caldo non si rifiuta mai!

Finalmente le strade sono vuote, l’atmosfera è surreale… i rumori sono ovattati e l’aria ha perso quel profumo di caldarroste misto a zucchero caramellato, la guazza sta scendendo a terra prepotente, l’asfalto luccica sotto la luce dei lampioni e le mie ossa iniziano a freddarsi. Le vetrine sono spente e le entrate dei negozi sono serrate, negli appartamenti ai piani superiori dei palazzi le luci sono accese, sono tiepide, coperte da un velo di brina spalmata sopra i vetri.

Ho tanta fame… e ho freddo… mi copro col cartone per quello che posso e appoggio la testa sulle ginocchia… è strano come ti prende il freddo, è vero che viene da fuori, ma invece di farti male la pelle, per prime ti fanno male le ossa… il dolore inizia dalle dita delle mani, ti fanno così male che sembra che debbano staccarsi di netto da un momento all’altro, ho paura anche a muoverle.

Oramai per strada non c’è più un anima, l’unica che è rimasta qui fuori è la mia, la temperatura sta calando, me ne accorgo dalla guazza sull’asfalto che è diventata bianca, sta ghiacciando, tiro un po’ più su il cartone per coprirmi meglio, ma è tutto inutile scivola, le mie membra lo sanno che sto congelando e iniziano a tremare.

In verità non so ancora se è il gelo che mi fa venire i brividi o quella donna con la veste nera che mi fissa dall’altra parte del marciapiede… non mi sento pronto, ma non mi importa, rimango qui a contare i miei respiri e aspetto che si avvicini. E se mi chiedesse qualcosa? Qualunque cosa? Saprei risponderle?

È troppo tardi per dubitare di me stesso… la vecchia signora è giunta, è in piedi dinanzi a me, mi posa una mano sulla nuca, appena mi sfiora, il gelo invade tutto il mio corpo, ma smetto di tremare, una pacata serenità mi invade, quella che era la mia vita dai contorni frastagliati diviene una linea definita, il respiro è sempre più pigro e mi addormento in pace con me stesso.

Questo Racconto è un’opera di fantasia. Nomi, persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualunque somiglianza a persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose è puramente casuale.

Copyright: Chiara Gentili
Tutti i diritti sono riservati all’autore in Italia e all’estero, per tutti i paesi. Nessuna parte di questo libro può essere memorizzata o trasmessa con qualsiasi mezzo, in qualsiasi forma senza autorizzazione scritta da parte dell’autore. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 75005

MORLOK IL DIVORATORE Da i racconti dell’orrore di Angelicah La bambina era seduta sul letto di suo fratello con la schiena appoggiata alla spalliera, sulle ginocchia teneva aperto un libro. Indossava un tenero pigiamino rosa di pile, ma sentiva lo stesso freddo, così si era messa addosso la coperta per scaldarsi. Quello che stava sfogliando …

Continua a leggere