La fuga del palloncino

Due amici si incontrano tutti i giorni nello stesso posto e alla stessa ora per passare del tempo insieme e scambiare qualche chiacchiera:

«Ti sei mai chiesto che fine fanno i palloncini quando volano via?»

«No… Non ci ho mai pensato.»

«Io si, mi capita quando ne perdo uno.»

«Hai ragione… Anche a me capita!

«Pensaci… Senza motivo ti scappa via il filo dalla mano e il palloncino vola via.»

«Si! Bravo! E tu non puoi farci niente e rimani lì a fissare il palloncino, che oramai è arrivato a diversi metri di altezza lontano da te.»

«E cosa fai?»

«E che puoi fare? Ti senti impotente!»

«Già… »

«Il fatto è, che vorresti riacchiapparlo, ma non puoi e allora speri che da un momento all’altro torni giù… ma sai che non succederà.»

«Già… E allora?»

«E allora… Lo segui con gli occhi e lo vedi andare prima in una direzione, poi in un’altra e poi virare a seconda di come tira il vento, finché alla fine non lo vedi più e scompare.»

«E dove va?»

«È proprio questo il punto… Non lo so!»

«Già! Nemmeno io!»

«Insomma me lo sono sempre chiesto, ma non avendo una risposta non ci ho più pensato.»

«Perché?»

“Perché non ha importanza credo… Chi se ne frega dove va a finire… È solo un palloncino giusto?»

«Giusto!»

«Comunque credo che alla fine scoppi per la pressione o una cosa del genere e poi l’involucro cada giù.»

«Ne sei sicuro?»

«Credo di sì.»

«Mmm… Non lo so… io non ho mai trovato pezzi di involucro di palloncino per la strada e non conosco nessuno che li abbia trovati.»

«Mmm… È vero, neanche io.»

«E allora?»

«E allora non lo sapremo mai.»

«Se tu fossi un palloncino e riuscissi a fuggire, dove vorresti andare?»

«Io? Da nessuna parte credo.»

«Perché?»

«Perché avrei paura di perdermi o magari di scoppiare.»

«Hai ragione, il cielo è troppo vasto.»

«Già… Non credo mi piacerebbe essere un palloncino.»

«Già… nemmeno a me.»

.

Questo Racconto è un’opera di fantasia. Nomi, persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualunque somiglianza a persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose è puramente casuale.

Copyright: Chiara Gentili

Tutti i diritti sono riservati all’autore in Italia e all’estero, per tutti i paesi. Nessuna parte di questo libro può essere memorizzata o trasmessa con qualsiasi mezzo, in qualsiasi forma senza autorizzazione scritta da parte dell’autore. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

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10.15 A.M

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10.15 A.M

Sono distesa, le braccia e le gambe sono oppresse da un peso che non posso vedere, ma che fa affondare i miei arti nel materasso, non riesco a muoverli.
Anche il bacino è ancorato al letto da una forza incorporea.
Sento di conoscere il luogo dove mi trovo, il letto mi sembra quello di un ospedale, anzi ne sono sicura!
E poi c’è quell’odore di disinfettante, inconfondibile, misto alla puzza di merda e piscio, che ti rimane attaccata ai vestiti.
Non vedo bene, mi sembra di guardare attraverso un lente di plastica, ho la nausea.
C’è la faccia di un’uomo che rimane sospesa sopra la mia, credo mi stia esaminando con cura, non riconosco i suoi lineamenti, posso dirigere gli occhi solo davanti, se li giro di lato vedo solo oscurità e la luce svanisce.
Ho il presentimento di trovarmi nel corpo di qualcun altro, la mente è confusa.
Come non vedo bene, anche l’udito è pessimo, i rumori sembrano arrivare da lontano, sono ovattati.
Poi quell’uomo mi tocca il viso con le dita, mi da dei colpetti sulle guance, ma non sento il contatto, vedo solo la sua mano muoversi ritmicamente sul mio volto, con il dito indice mi tira giù la palpebra. Vorrei dirgli di smetterla, ma niente!
Non ne sono in grado!
Perché mi trovo qui? Gli chiedo.
Nessuna risposta, mi ignora, non mi sente e continua quello che stava facendo.
La mia volontà cosciente non riesce a far muovere i muscoli del corpo e la voce non esce.
«È morta!» Dice l’uomo a qualcuno che si trova al suo fianco, ma che io non posso vedere.
Un momento, penso io, non sono morta, sono viva, il cervello ragiona, è solo che non riesco a muovere un fottuto muscolo del mio corpo.
Mi concentro, ci riprovo, devo riuscire a parlare!
Devo dirgli che sono viva!
« È sicuro dottore?» dice un’altra voce, è probabile che appartenga alla figura in piedi vicino al mio aguzzino.
Ascolto con attenzione.
«Si sono sicuro! Segna… ora del decesso 10 e 15»
No!
Dottore!
Forse non ci siamo capiti!
Io sono viva!
Non credo, che per me sia arrivato il momento di morire!
E poi… non sono pronta!
E poi, mi scusi, se glielo faccio notare, ma non credo nemmeno di essere io, la morta!
Non mi faccia incazzare dottore!
Continua ad ignorarmi.
Glielo ripeto dottore, guardi che ci deve essere stato un errore!
Poi, finalmente, la vista diventa normale, l’udito anche, esco dalla bolla di plastica.
La testa non si muove ancora, ma la bocca riesco ad aprirla: «Mi può concedere qualche ora di vita in più dottore?»
Glielo dico con tono educato, umilmente, come se gli chiedessi di farmi un grosso favore.
Lui risponde con prontezza senza neanche pensare alla possibilità di cambiare idea: «Mi dispiace signora… non posso, è arrivata la sua ora!»
Stringo le dita sul lenzuolo in un pugno.
Lo supplico: «La prego dottore!»
«Mi dispiace signora… ma come le ho già spiegato, lei è morta!» Dice in tono pacato.
Vorrei piangere, ma non ci riesco cazzo!
Non voglio più parlare, capisco che tanto ha già preso la sua decisione.
Sento, che non posso fare nulla, allora la rabbia mi sale da dentro e invece di lasciarmi andare in un pianto isterico e liberatorio, inizio a sudare, in pochi secondi sono fradicia!
Lo stomaco si torce, il dolore è acuto devo vomitare.
Il cuore pompa più veloce, sento battermi le tempie.
Non riesco a respirare, l’ossigeno non è sufficiente.
Allora è vero… sto morendo!
Le ultime forze mi stanno abbandonando e sto perdendo la lucidità mentale.
Il terrore mi paralizza ma non riesco a rassegnarmi alla paura, poi tutto sparisce e c’è solo buio e silenzio e il mio petto ha smesso di contrarsi.
Poi chiudo e riapro gli occhi di colpo!
La bocca affamata inghiotte l’aria, che arriva prepotente nei polmoni, tossisco spasmodica.
Mi ritrovo distesa nel letto di casa mia, al buio, mi passo la mano nell’incavo del collo sono intrisa di sudore, cazzo era un incubo!
Maledetto boia senza volto!
Mi siedo sulla sponda del letto, ho bisogno di bere un bicchiere d’acqua, la bocca è asciutta, è piacevole il freddo del pavimento sotto i pedi nudi.
L’orologio attaccato alla parete sopra il frigorifero segna le sei meno un quarto, decido di fare una doccia calda, per lavarmi di dosso la smania, non ho più il coraggio di rimettermi a letto e chiudere gli occhi.
La mattinata all’università tutto procede come al solito, le stesse noiose ore di lezione da seguire, ma non riesco a togliermi dalla testa quel maledetto sogno.
Poi alle undici mi chiama al telefono mia madre, rispondo.
«Questa mattina è morta tua zia!» Mi dice.
Rimango senza parole!
Non so cosa dire per darle conforto, ho solo una domanda: «A che ora e morta?»
«Hanno detto alle 10 e 15!»
Non le rispondo, chiudo la chiamata in totale silenzio.

Questo Racconto è un’opera di fantasia. Nomi, persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualunque somiglianza a persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose è puramente casuale.

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La Vecchia Signora – racconto di Natale

La Vecchia Signora – Racconto di Natale

È il giorno della vigilia di Natale, la città in questo periodo si veste di luminarie e profumo di caldarroste. Oggi come tutti gli anni i negozi chiuderanno nel tardo pomeriggio, le strade ad una certa ora rimarranno vuote e la gente correrà a casa a consumare la cena natalizia in famiglia.

Io dovrei andare alla mensa a consumare un pasto dignitoso, almeno questo è quello che ci hanno promesso, due pietanze hanno detto, un primo è un secondo e poi visto che è la notte di Natale ci sarà anche una pezzo di dolce.

Chi me lo ha detto? Ah Si! Mario è stato!

Quell’amico che di solito dorme vicino alla stazione, me lo ha detto lui l’altro giorno, quando ci siamo incontrati per caso ai mercati generali, quando eravamo lì a cercare nei bidoni della spazzatura qualche avanzo ancora messo bene.

Lui ha detto, che ci va sicuramente alla mensa e che un pasto caldo ogni tanto ci vuole, soprattutto se è la notte di Natale, che la minestra quando è calda ti scalda l’anima, così ha detto Mario…

Ma io… beh io… non ci andrò… mi piacerebbe però, perché ci saranno tanti amici “sfortunati” come me, “sfortunati” ci chiamano quelli della mensa… ma non posso, stasera ho un appuntamento con una vecchia signora.

Ho fame e freddo, è inutile negarlo… quest’anno dice che non ha ancora gelato e che il freddo arriverà proprio in questi giorni e che fino adesso ancora non sembrava inverno. Chi lo dice non dorme per strada e non usa un cartone per scaldarsi come fanno quelli “sfortunati” come me, chi lo dice ha il suo letto, con coperte di piume… ma per me l’inverno è arrivato da un pezzo, da quando al mercato sono cominciati a sparire i cartoni nuovi. Se ci capiti d’estate al mercato, i cartoni li vedi tutti ammucchiati in un angolo, nessuno li prende, ma appena iniziano a scendere le temperature tutti ne vogliono uno.

Sto divagando come al solito… è l’unica cosa che mi è rimasta da fare… la facoltà di pensare non me l’hanno ancora tolta…

Non andrò alla mensa stasera… un piatto di minestra mi alletta… è vero! Ma ho fatto una promessa alla vecchia signora e poi non posso riempire il mio stomaco, l’ultima volta che l’ho fatto sono stato male per una settimana… se lo allarghi dice che poi si abitua, e dentro ci devi mettere altro per riempirlo, e se quell’altro non ce l’hai beh… soffri…

Stasera mi accontenterò di rimanere qui ad aspettare… mi accovaccerò sotto questo portico in questa strada del centro della città a guardare la gente che passa.

Aspetterò la vecchia signora qui fino a quando i negozi chiuderanno, fino a quando l’ultima vetrina non si sarà spenta, e l’ultima persona non sarà rientrata a casa. Ad un certo punto la strada diverrà vuota e quello sarà il mio momento magico…

Si sono fatte le sei… ne sono sicuro perché ho sentito i rintocchi della campana della chiesa, le persone tra poco usciranno in fila, una alla volta spingendo le pesanti porte di legno… mi diverte guardare le facce della gente, osservo i volti di quelli che escono dalla chiesa dopo aver sentito la predica del prete, hanno un baluginino negli occhi che svanisce dopo qualche pedata sul marciapiede… pressappoco quando passano davanti a me. Alcuni si sottraggono al mio sguardo, altri sfuggono la loro attenzione dall’altra parte della strada, ma tutti fanno la stessa cosa, abbassano la testa, è come se a pochi passi dalla chiesa sentano ancora l’occhiata del Cristo che li giudica dall’alto della sua croce… e si vergognano…

Comunque a me non importa… sono abituato ad essere invisibile, le persone hanno paura di ciò che non conoscono, e a me non mi conosce nessuno… non mi sono mai presentato! E poi se Cristo avesse pensato a me ogni tanto, mi avrebbe aiutato a non dimenticare il significato della parola speranza… ma ormai è tardi… niente ripensamenti… stasera finalmente la vecchia signora mi verrà a trovare!

Sono le sette in punto… Abdul, l’amico che vende le caldarroste, sta mettendo via tutto, ormai non passa quasi più nessuno per la strada, e non vale la pena per lui perdere tempo e rimanere qui fuori a congelarsi il culo… forse anche lui andrà alla mensa a mangiare la minestra… non è cristiano, ma al diavolo! Un piatto caldo non si rifiuta mai!

Finalmente le strade sono vuote, l’atmosfera è surreale… i rumori sono ovattati e l’aria ha perso quel profumo di caldarroste misto a zucchero caramellato, la guazza sta scendendo a terra prepotente, l’asfalto luccica sotto la luce dei lampioni e le mie ossa iniziano a freddarsi. Le vetrine sono spente e le entrate dei negozi sono serrate, negli appartamenti ai piani superiori dei palazzi le luci sono accese, sono tiepide, coperte da un velo di brina spalmata sopra i vetri.

Ho tanta fame… e ho freddo… mi copro col cartone per quello che posso e appoggio la testa sulle ginocchia… è strano come ti prende il freddo, è vero che viene da fuori, ma invece di farti male la pelle, per prime ti fanno male le ossa… il dolore inizia dalle dita delle mani, ti fanno così male che sembra che debbano staccarsi di netto da un momento all’altro, ho paura anche a muoverle.

Oramai per strada non c’è più un anima, l’unica che è rimasta qui fuori è la mia, la temperatura sta calando, me ne accorgo dalla guazza sull’asfalto che è diventata bianca, sta ghiacciando, tiro un po’ più su il cartone per coprirmi meglio, ma è tutto inutile scivola, le mie membra lo sanno che sto congelando e iniziano a tremare.

In verità non so ancora se è il gelo che mi fa venire i brividi o quella donna con la veste nera che mi fissa dall’altra parte del marciapiede… non mi sento pronto, ma non mi importa, rimango qui a contare i miei respiri e aspetto che si avvicini. E se mi chiedesse qualcosa? Qualunque cosa? Saprei risponderle?

È troppo tardi per dubitare di me stesso… la vecchia signora è giunta, è in piedi dinanzi a me, mi posa una mano sulla nuca, appena mi sfiora, il gelo invade tutto il mio corpo, ma smetto di tremare, una pacata serenità mi invade, quella che era la mia vita dai contorni frastagliati diviene una linea definita, il respiro è sempre più pigro e mi addormento in pace con me stesso.

Questo Racconto è un’opera di fantasia. Nomi, persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualunque somiglianza a persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose è puramente casuale.

Copyright: Chiara Gentili
Tutti i diritti sono riservati all’autore in Italia e all’estero, per tutti i paesi. Nessuna parte di questo libro può essere memorizzata o trasmessa con qualsiasi mezzo, in qualsiasi forma senza autorizzazione scritta da parte dell’autore. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

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MORLOK IL DIVORATORE


MORLOK IL DIVORATORE
Da i racconti dell’orrore di Angelicah

La bambina era seduta sul letto di suo fratello con la schiena appoggiata alla spalliera, sulle ginocchia teneva aperto un libro. Indossava un tenero pigiamino rosa di pile, ma sentiva lo stesso freddo, così si era messa addosso la coperta per scaldarsi.

Quello che stava sfogliando era un libro che le avevano fatto come regalo all’ultimo compleanno, quando aveva compiuto 8 anni. Le era subito piaciuto, era colorato e c’erano delle belle illustrazioni, e vi erano raccolte le favole che più amava, adorava sentire il fruscio che facevano le grosse pagine quando venivano sfogliate, e le piaceva sentire l’odore della carta mischiato a quello dell’inchiostro. D’un tratto il pensiero tornò indietro, al giorno del suo compleanno. Le sembrò strano, ma non ricordava affatto chi glielo avesse regalato, forse un parente di sua madre o un amico di famiglia, fu un pensiero che uscì velocemente dalla sua testa, così come vi era entrato.

C’era solo una storia, in tutto il libro, che Sofia non aveva mai letto, era quella che si intitolava “Le tre caprette barbute”, dove il protagonista era un orribile gnomo che viveva sotto un ponte, la creatura raffigurata nei disegni le metteva paura, tant’è che Sofia non era mai riuscita a leggere quella favola. Quella sera, però, prese coraggio e decise di provarci, lo gnomo odiava uomini e animali, avrebbe mangiato chiunque avesse osato oltrepassare il ponte. Era arrivata al punto in cui la prima capretta era riuscita a passare senza essere mangiata, ingannando lo gnomo, che entrò nella stanza Marco, suo fratello.

La bambina gli aveva chiesto il permesso di occupare il suo letto, Marco le aveva detto di sì, quella sera era più interessato a guardare un film da grandi in tv che a inscenare una guerra di soldatini sulla scrivania della sua stanza. C’erano delle volte, come quella, che a Sofia piaceva stare nella camera del fratello, le sembrava di essere un’avventuriera in una terra inesplorata; anche se conosceva bene quella stanza, ogni cassetto, ogni mensola, ogni soprammobile, in quei momenti, assumevano un valore diverso, li osservava nei minimi dettagli da un’altra prospettiva.

«Cosa stai facendo?» le chiese Marco.

«Sto leggendo!» rispose Sofia.

«Mamma e papà hanno detto che alle dieci devi dormire… anche se domani non c’è scuola.»

In realtà, anche il bambino sarebbe dovuto andare a dormire a quell’ora, ma visto che i genitori non erano in casa e gli avevano lasciato la responsabilità della sorellina più piccola, si sentì autorizzato a finire di vedere il film in salotto, cosa che, invece, non faceva mai nelle altre sere.

«Posso dormire nel tuo letto stanotte?» le chiese Sofia.

Marco ci penso un attimo, la richiesta gli sembrò strana, non lo entusiasmava il fatto che la sorella rimanesse nel suo letto, ma, visto che quella sera tutto sembrava essere diverso, pensò che fosse un’ottima idea, così al rientro dei genitori avrebbe avuto una buona scusa per essere rimasto a guardare la televisione fino a tardi.

«D’accordo! Allora, tra cinque minuti spegni tutto!» le disse.

Sofia, tutta contenta, gli fece un gran sorriso, poi abbassò la testa sul libro e continuò a leggere la sua storia. Aveva da poco iniziato la terza elementare, e non sapeva ancora leggere in modo spedito, ci mise un po’ a finire il racconto. Non sapeva se erano passati cinque minuti o venti da quando suo fratello era uscito dalla stanza, ma sentiva le palpebre scenderle sugli occhi e la concentrazione svanire, la testa stava iniziando a farsi pesante, così, come le aveva suggerito Marco, appoggiò il libro sul comodino e spense la luce. Dapprima si sentì sola ed ebbe un po’ paura, il buio nella stanza di Marco era diverso da quello che c’era nella sua, poi, però, si accoccolò nel letto e chiuse gli occhi. Dopo qualche secondo il respiro divenne pesante, la bambina si era addormentata. Marco, invece, aveva resistito al sonno un po’ di più della sorellina, ma alla fine aveva ceduto, la televisione era rimasta accesa e lui si era addormentato sdraiato sul divano.

Non era la prima volta che Marco e la piccola Sofia rimanevano a casa da soli, era successo un altro paio di volte. Da quando il bambino aveva compiuto dodici anni ed era diventato più maturo e responsabile, i genitori avevano pensato che non sarebbe stato più necessario chiamare una persona a controllarli. Maria e Franco lavoravano su turni e una sera al mese capitava che i ragazzi dovessero rimanere da soli per qualche ora.

Intanto qualcosa nel buio della casa si stava muovendo, la creatura uscì dallo sgabuzzino in fondo al corridoio, non aveva le gambe, ma riuscì lo stesso con il lungo braccio ad arrivare alla maniglia e ad aprire la porta, trascinò il suo mezzo corpo sul pavimento fuori dallo stanzino, aiutandosi con le mani e ancorandosi con le unghie affilate al parquet. Anche se il corridoio era completamente al buio, la creatura riusciva a vedere bene, i suoi occhi infatti erano simili a quelli di un pipistrello, larghi e neri. Al posto del naso aveva due grosse cavità, ma il fiuto era lo stesso buono, sentiva l’odore che i due bambini emanavano, quello di Sofia era più dolce, simile a zucchero filato mischiato ai biscotti, quello del maschietto era più aspro, un mix tra limone e zenzero. Morlok sapeva che i genitori dei ragazzi non erano in casa, perché non ne percepiva la presenza, pensò, che fosse una buona occasione per nutrirsi dei bambini, aspettava questo momento da sempre, da quando la famiglia si era trasferita nella casa. Era rimasto nascosto nel ripostiglio per anni, attento a non farsi trovare, aspettando con pazienza il momento giusto per agire. Era già capitato che i bambini rimanessero soli in casa, ma quella sera qualcosa aveva destato la sua attenzione, facendolo uscire dal buco nel quale era si era annidato, aveva percepito la paura. La piccola Sofia lo aveva destato dal suo sonno, convincendolo ad uscire, Morlok sapeva chi sarebbe stata la sua preda quella sera, prima l’avrebbe spaventata, poi, dopo aver preso forza dal suo terrore, l’avrebbe mangiata.

Ci mise un po’ a trascinare il suo mezzo corpo lungo il corridoio, ma alla fine arrivò di fronte alla porta della camera di Marco, la bambina intanto dormiva, ignara di tutto. Alzò prima un braccio, poi affondò le unghie nel materasso, si appese a quel braccio e iniziò a dondolare prima a destra, poi a sinistra, finché, aiutandosi nella spinta con l’altro braccio, quello più corto, riuscì a darsi lo slancio e ad atterrare con tutto il busto sul letto.

Il corpo era sprovvisto di zampe, ma era lo stesso abbastanza pesante da fare rumore, il tonfo che fece svegliò Sofia.

«Mamma, sei tu?» chiese la bambina.

Sofia aveva ripreso coscienza dal sonno profondo, ma continuava a tenere gli occhi chiusi, voleva riaddormentarsi. Morlok si trovava ai piedi del letto della bambina, sollevò il capo e allungò il lungo braccio, fino a sfiorare con le unghie affilate i piedi della piccola, non poteva mangiarla, senza che lei avesse prima provato paura di lui. Al tocco pungente delle unghie della creatura sulle dita del piede, Sofia trasalì, ritirando le ginocchia al petto. Si decise ad aprire gli occhi.

«Mamma?» chiese di nuovo, nessuno rispondeva.

Era buio pesto, e la bambina non vedeva oltre il suo naso, ebbe la sensazione però di non essere la sola a stare sul letto, sentiva il materasso piegarsi per il peso, in fondo, oltre i suoi piedi. Il terrore cominciò a salirle dalle ossa, le oltrepassò la pelle e le fece rizzare i peli del corpo. Stette immobile, non riuscì a muovere un muscolo, aveva i sensi vigili, attenti a catturare ogni minimo sentore. Le orecchie captarono un leggero fruscio sulle coperta, mentre il naso fiutò un pungente odore, che sembrava quello di un animale. Si decise ad alzare la testa e a provare a guardare oltre i suoi piedi, quello che vide la lasciò con la bocca spalancata, due grossi occhi luccicavano nel buio, e la osservavano con attenzione. La bambina sentì di non riuscire a gridare, era come se il terrore le avesse fatto dimenticare come si faceva a emettere dei suoni, c’era un mostro sopra il suo letto.

Le pupille di Sofia si erano abituate all’oscurità, e la bambina riuscì a vedere meglio ciò che aveva davanti, la creatura aveva una grossa testa calva, le orecchie erano appuntite, gli occhi erano vicini tra di loro, grandi e neri, al centro della faccia invece del naso c’erano due grosse cavità simmetriche, la bocca era larga e al posto dei denti c’erano delle zanne. Sofia riusciva a vedere solo le braccia, uno più lungo dell’altro, e il busto della creatura, sembrava non avesse le gambe, la pelle era talmente chiara che sembrava riflettere al buio.

Morlok tentò di nuovo di afferrare la fanciulla, ogni secondo che passava la bambina era sempre più terrorizzata e lui diveniva più forte, allungò la mano con tre dita verso i piedi di Sofia, le lunghe unghie affilate come rasoi la sfiorarono appena. Dalla bocca gli usci un rivolo di bava, gli bastava poco per riuscire ad afferrarla, una volta acchiappata, l’avrebbe trascinata fino a dentro la sua tana, dove l’avrebbe spolpata fino all’ultimo, non avrebbe lasciato nemmeno un piccolo pezzetto di tenera carne, attaccata alle sue ossa piccine.

Sofia iniziò a piangere, le lacrime che le scesero lungo le guance le bagnarono il viso, ne assaporò la sapidità quando se le sentì sulla bocca e le leccò per asciugarsi le labbra. Pensò che finalmente un muscolo del suo corpo iniziava a muoversi sotto i suoi ordini, aveva paura del mostro sopra il letto, ma il terrore cieco stava svanendo, lasciando il posto a un bagliore di ragione. Cambiò perfino posizione, passo da quella fetale, che aveva mantenuto fino a quel momento, a mettersi seduta, sempre con la schiena poggiata alla spalliera del letto e le ginocchia, strette dalle braccia, al petto. Pensò che, se avesse voluto, questa volta sarebbe riuscita a urlare, ma qualcosa nel suo istinto le disse di non farlo, l’urlo avrebbe svegliato suo fratello e il mostro avrebbe fatto del male anche a lui, allora iniziò a intonare una canzone, siccome non ricordava le parole, iniziò a canticchiarne solo il motivetto, con un filo di voce appena percettibile all’orecchio umano.

Morlok avvertì il suono che gli fece ritrarre la mano su se stesso, nelle sue orecchie inumane quella timida melodia riecheggiava potente.

Sofia ora lo vedeva bene, si accorse subito dell’indecisione che il mostro aveva avuto non appena lei aveva iniziato a cantare, allora la bambina alzò il tono della voce, Morlok indietreggiò ancora. Sofia adesso ricordava le parole della canzoncina, che facevano così:

“Stella stellina la notte si avvicina, la fiamma traballa, la mucca è nella stalla, la mucca e il vitello, la pecora e l’agnello…”

Era una nenia che le cantava sua madre quando era più piccola per farla addormentare, il mostro ritrasse definitivamente il lungo braccio e soffiò come un serpente per difendersi.

Sofia non aveva più paura, ora le era chiaro come combattere il mostro, si sedette sul letto con la schiena dritta, l’atteggiamento timido lasciò il posto a quello di sfida, guardò il mostro dritto nei grandi occhi neri e cantò a squarciagola, la voce le uscì forte dal petto, non le importava che Marco si sarebbe svegliato, voleva solo cacciare la creatura dal suo letto. Morlok ormai aveva perso il controllo sulla sua preda, la bambina acquisiva forza dalla fiducia che trovava in se stessa, mentre lui diveniva sempre più debole, decise che non poteva fare altro che battere in ritirata. Scese dal letto, sparì nel buio corridoio e rientrò nel ripostiglio come un ragno, si rifugiò nel buco dal quale era venuto.

Sofia aveva vinto, lo sapeva! Mise prima un piede, poi l’altro a terra, accese la luce della stanza, senza mai smettere di cantare quella canzone, e si diresse in salotto, a vedere che fine avesse fatto suo fratello.

Marco dormiva sul divano, mentre in tv passavano le notizie dell’ultima edizione del telegiornale regionale, il giornalista parlava di un grosso coguaro scappato quella mattina da una villa della zona, detenuto illegalmente dai proprietari, che si aggirava libero per le vie del paese. Erano le ventitré spaccate, un rumore di chiave infilata nella serratura anticipò di qualche secondo l’apertura della porta di casa, papà Franco era tornato dal lavoro.




Questo Racconto è un’opera di fantasia. Nomi, persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualunque somiglianza a persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose è puramente casuale.

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