MORLOK IL DIVORATORE
Da i racconti dell’orrore di Angelicah

La bambina era seduta sul letto di suo fratello con la schiena appoggiata alla spalliera, sulle ginocchia teneva aperto un libro. Indossava un tenero pigiamino rosa di pile, ma sentiva lo stesso freddo, così si era messa addosso la coperta per scaldarsi.

Quello che stava sfogliando era un libro che le avevano fatto come regalo all’ultimo compleanno, quando aveva compiuto 8 anni. Le era subito piaciuto, era colorato e c’erano delle belle illustrazioni, e vi erano raccolte le favole che più amava, adorava sentire il fruscio che facevano le grosse pagine quando venivano sfogliate, e le piaceva sentire l’odore della carta mischiato a quello dell’inchiostro. D’un tratto il pensiero tornò indietro, al giorno del suo compleanno. Le sembrò strano, ma non ricordava affatto chi glielo avesse regalato, forse un parente di sua madre o un amico di famiglia, fu un pensiero che uscì velocemente dalla sua testa, così come vi era entrato.

C’era solo una storia, in tutto il libro, che Sofia non aveva mai letto, era quella che si intitolava “Le tre caprette barbute”, dove il protagonista era un orribile gnomo che viveva sotto un ponte, la creatura raffigurata nei disegni le metteva paura, tant’è che Sofia non era mai riuscita a leggere quella favola. Quella sera, però, prese coraggio e decise di provarci, lo gnomo odiava uomini e animali, avrebbe mangiato chiunque avesse osato oltrepassare il ponte. Era arrivata al punto in cui la prima capretta era riuscita a passare senza essere mangiata, ingannando lo gnomo, che entrò nella stanza Marco, suo fratello.

La bambina gli aveva chiesto il permesso di occupare il suo letto, Marco le aveva detto di sì, quella sera era più interessato a guardare un film da grandi in tv che a inscenare una guerra di soldatini sulla scrivania della sua stanza. C’erano delle volte, come quella, che a Sofia piaceva stare nella camera del fratello, le sembrava di essere un’avventuriera in una terra inesplorata; anche se conosceva bene quella stanza, ogni cassetto, ogni mensola, ogni soprammobile, in quei momenti, assumevano un valore diverso, li osservava nei minimi dettagli da un’altra prospettiva.

«Cosa stai facendo?» le chiese Marco.

«Sto leggendo!» rispose Sofia.

«Mamma e papà hanno detto che alle dieci devi dormire… anche se domani non c’è scuola.»

In realtà, anche il bambino sarebbe dovuto andare a dormire a quell’ora, ma visto che i genitori non erano in casa e gli avevano lasciato la responsabilità della sorellina più piccola, si sentì autorizzato a finire di vedere il film in salotto, cosa che, invece, non faceva mai nelle altre sere.

«Posso dormire nel tuo letto stanotte?» le chiese Sofia.

Marco ci penso un attimo, la richiesta gli sembrò strana, non lo entusiasmava il fatto che la sorella rimanesse nel suo letto, ma, visto che quella sera tutto sembrava essere diverso, pensò che fosse un’ottima idea, così al rientro dei genitori avrebbe avuto una buona scusa per essere rimasto a guardare la televisione fino a tardi.

«D’accordo! Allora, tra cinque minuti spegni tutto!» le disse.

Sofia, tutta contenta, gli fece un gran sorriso, poi abbassò la testa sul libro e continuò a leggere la sua storia. Aveva da poco iniziato la terza elementare, e non sapeva ancora leggere in modo spedito, ci mise un po’ a finire il racconto. Non sapeva se erano passati cinque minuti o venti da quando suo fratello era uscito dalla stanza, ma sentiva le palpebre scenderle sugli occhi e la concentrazione svanire, la testa stava iniziando a farsi pesante, così, come le aveva suggerito Marco, appoggiò il libro sul comodino e spense la luce. Dapprima si sentì sola ed ebbe un po’ paura, il buio nella stanza di Marco era diverso da quello che c’era nella sua, poi, però, si accoccolò nel letto e chiuse gli occhi. Dopo qualche secondo il respiro divenne pesante, la bambina si era addormentata. Marco, invece, aveva resistito al sonno un po’ di più della sorellina, ma alla fine aveva ceduto, la televisione era rimasta accesa e lui si era addormentato sdraiato sul divano.

Non era la prima volta che Marco e la piccola Sofia rimanevano a casa da soli, era successo un altro paio di volte. Da quando il bambino aveva compiuto dodici anni ed era diventato più maturo e responsabile, i genitori avevano pensato che non sarebbe stato più necessario chiamare una persona a controllarli. Maria e Franco lavoravano su turni e una sera al mese capitava che i ragazzi dovessero rimanere da soli per qualche ora.

Intanto qualcosa nel buio della casa si stava muovendo, la creatura uscì dallo sgabuzzino in fondo al corridoio, non aveva le gambe, ma riuscì lo stesso con il lungo braccio ad arrivare alla maniglia e ad aprire la porta, trascinò il suo mezzo corpo sul pavimento fuori dallo stanzino, aiutandosi con le mani e ancorandosi con le unghie affilate al parquet. Anche se il corridoio era completamente al buio, la creatura riusciva a vedere bene, i suoi occhi infatti erano simili a quelli di un pipistrello, larghi e neri. Al posto del naso aveva due grosse cavità, ma il fiuto era lo stesso buono, sentiva l’odore che i due bambini emanavano, quello di Sofia era più dolce, simile a zucchero filato mischiato ai biscotti, quello del maschietto era più aspro, un mix tra limone e zenzero. Morlok sapeva che i genitori dei ragazzi non erano in casa, perché non ne percepiva la presenza, pensò, che fosse una buona occasione per nutrirsi dei bambini, aspettava questo momento da sempre, da quando la famiglia si era trasferita nella casa. Era rimasto nascosto nel ripostiglio per anni, attento a non farsi trovare, aspettando con pazienza il momento giusto per agire. Era già capitato che i bambini rimanessero soli in casa, ma quella sera qualcosa aveva destato la sua attenzione, facendolo uscire dal buco nel quale era si era annidato, aveva percepito la paura. La piccola Sofia lo aveva destato dal suo sonno, convincendolo ad uscire, Morlok sapeva chi sarebbe stata la sua preda quella sera, prima l’avrebbe spaventata, poi, dopo aver preso forza dal suo terrore, l’avrebbe mangiata.

Ci mise un po’ a trascinare il suo mezzo corpo lungo il corridoio, ma alla fine arrivò di fronte alla porta della camera di Marco, la bambina intanto dormiva, ignara di tutto. Alzò prima un braccio, poi affondò le unghie nel materasso, si appese a quel braccio e iniziò a dondolare prima a destra, poi a sinistra, finché, aiutandosi nella spinta con l’altro braccio, quello più corto, riuscì a darsi lo slancio e ad atterrare con tutto il busto sul letto.

Il corpo era sprovvisto di zampe, ma era lo stesso abbastanza pesante da fare rumore, il tonfo che fece svegliò Sofia.

«Mamma, sei tu?» chiese la bambina.

Sofia aveva ripreso coscienza dal sonno profondo, ma continuava a tenere gli occhi chiusi, voleva riaddormentarsi. Morlok si trovava ai piedi del letto della bambina, sollevò il capo e allungò il lungo braccio, fino a sfiorare con le unghie affilate i piedi della piccola, non poteva mangiarla, senza che lei avesse prima provato paura di lui. Al tocco pungente delle unghie della creatura sulle dita del piede, Sofia trasalì, ritirando le ginocchia al petto. Si decise ad aprire gli occhi.

«Mamma?» chiese di nuovo, nessuno rispondeva.

Era buio pesto, e la bambina non vedeva oltre il suo naso, ebbe la sensazione però di non essere la sola a stare sul letto, sentiva il materasso piegarsi per il peso, in fondo, oltre i suoi piedi. Il terrore cominciò a salirle dalle ossa, le oltrepassò la pelle e le fece rizzare i peli del corpo. Stette immobile, non riuscì a muovere un muscolo, aveva i sensi vigili, attenti a catturare ogni minimo sentore. Le orecchie captarono un leggero fruscio sulle coperta, mentre il naso fiutò un pungente odore, che sembrava quello di un animale. Si decise ad alzare la testa e a provare a guardare oltre i suoi piedi, quello che vide la lasciò con la bocca spalancata, due grossi occhi luccicavano nel buio, e la osservavano con attenzione. La bambina sentì di non riuscire a gridare, era come se il terrore le avesse fatto dimenticare come si faceva a emettere dei suoni, c’era un mostro sopra il suo letto.

Le pupille di Sofia si erano abituate all’oscurità, e la bambina riuscì a vedere meglio ciò che aveva davanti, la creatura aveva una grossa testa calva, le orecchie erano appuntite, gli occhi erano vicini tra di loro, grandi e neri, al centro della faccia invece del naso c’erano due grosse cavità simmetriche, la bocca era larga e al posto dei denti c’erano delle zanne. Sofia riusciva a vedere solo le braccia, uno più lungo dell’altro, e il busto della creatura, sembrava non avesse le gambe, la pelle era talmente chiara che sembrava riflettere al buio.

Morlok tentò di nuovo di afferrare la fanciulla, ogni secondo che passava la bambina era sempre più terrorizzata e lui diveniva più forte, allungò la mano con tre dita verso i piedi di Sofia, le lunghe unghie affilate come rasoi la sfiorarono appena. Dalla bocca gli usci un rivolo di bava, gli bastava poco per riuscire ad afferrarla, una volta acchiappata, l’avrebbe trascinata fino a dentro la sua tana, dove l’avrebbe spolpata fino all’ultimo, non avrebbe lasciato nemmeno un piccolo pezzetto di tenera carne, attaccata alle sue ossa piccine.

Sofia iniziò a piangere, le lacrime che le scesero lungo le guance le bagnarono il viso, ne assaporò la sapidità quando se le sentì sulla bocca e le leccò per asciugarsi le labbra. Pensò che finalmente un muscolo del suo corpo iniziava a muoversi sotto i suoi ordini, aveva paura del mostro sopra il letto, ma il terrore cieco stava svanendo, lasciando il posto a un bagliore di ragione. Cambiò perfino posizione, passo da quella fetale, che aveva mantenuto fino a quel momento, a mettersi seduta, sempre con la schiena poggiata alla spalliera del letto e le ginocchia, strette dalle braccia, al petto. Pensò che, se avesse voluto, questa volta sarebbe riuscita a urlare, ma qualcosa nel suo istinto le disse di non farlo, l’urlo avrebbe svegliato suo fratello e il mostro avrebbe fatto del male anche a lui, allora iniziò a intonare una canzone, siccome non ricordava le parole, iniziò a canticchiarne solo il motivetto, con un filo di voce appena percettibile all’orecchio umano.

Morlok avvertì il suono che gli fece ritrarre la mano su se stesso, nelle sue orecchie inumane quella timida melodia riecheggiava potente.

Sofia ora lo vedeva bene, si accorse subito dell’indecisione che il mostro aveva avuto non appena lei aveva iniziato a cantare, allora la bambina alzò il tono della voce, Morlok indietreggiò ancora. Sofia adesso ricordava le parole della canzoncina, che facevano così:

“Stella stellina la notte si avvicina, la fiamma traballa, la mucca è nella stalla, la mucca e il vitello, la pecora e l’agnello…”

Era una nenia che le cantava sua madre quando era più piccola per farla addormentare, il mostro ritrasse definitivamente il lungo braccio e soffiò come un serpente per difendersi.

Sofia non aveva più paura, ora le era chiaro come combattere il mostro, si sedette sul letto con la schiena dritta, l’atteggiamento timido lasciò il posto a quello di sfida, guardò il mostro dritto nei grandi occhi neri e cantò a squarciagola, la voce le uscì forte dal petto, non le importava che Marco si sarebbe svegliato, voleva solo cacciare la creatura dal suo letto. Morlok ormai aveva perso il controllo sulla sua preda, la bambina acquisiva forza dalla fiducia che trovava in se stessa, mentre lui diveniva sempre più debole, decise che non poteva fare altro che battere in ritirata. Scese dal letto, sparì nel buio corridoio e rientrò nel ripostiglio come un ragno, si rifugiò nel buco dal quale era venuto.

Sofia aveva vinto, lo sapeva! Mise prima un piede, poi l’altro a terra, accese la luce della stanza, senza mai smettere di cantare quella canzone, e si diresse in salotto, a vedere che fine avesse fatto suo fratello.

Marco dormiva sul divano, mentre in tv passavano le notizie dell’ultima edizione del telegiornale regionale, il giornalista parlava di un grosso coguaro scappato quella mattina da una villa della zona, detenuto illegalmente dai proprietari, che si aggirava libero per le vie del paese. Erano le ventitré spaccate, un rumore di chiave infilata nella serratura anticipò di qualche secondo l’apertura della porta di casa, papà Franco era tornato dal lavoro.




Questo Racconto è un’opera di fantasia. Nomi, persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice. Qualunque somiglianza a persone, animali, luoghi, avvenimenti, città e cose è puramente casuale.

Copyright: Chiara Gentili
Tutti i diritti sono riservati all’autore in Italia e all’estero, per tutti i paesi. Nessuna parte di questo libro può essere memorizzata o trasmessa con qualsiasi mezzo, in qualsiasi forma senza autorizzazione scritta da parte dell’autore. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.comcon numero deposito 72742

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